Nevica.
Ma io non sento freddo. Siamo in tanti in questo vagone bestiame, dalle feritoie troppo alte e chiuse da graticci di filo spinato.
Anziani, giovani, donne e uomini. Ognuno con una borsa e con le poche cose che ha potuto mettere dentro, ricordi di famiglia e oggetti personali.
Vestiti come meglio si può, con cappotti e maglioni.
Dove si va non si sa anche se si intuisce.
“Arbet Macht Frei”… così c’è scritto sull’ingresso del posto dove andiamo. Bella frase in sé: “Il lavoro rende liberi” Ma suscettibile di interpretazioni… questione di punti di vista. Io questa scritta non sono riuscito a vederla perché il treno è entrato direttamente nel campo.
Siamo arrivati e scesi dal treno.
Subito in fila ci hanno divisi: famiglie spaccate, gli uomini da una parte e le donne da un’altra.
Entriamo in un capannone: “spogliatevi e poggiate le vostre cose qui, vi saranno rese dopo” così ci dice uno dei militari, in tedesco, e chi il tedesco non lo capisce non fa altro che fare quello che fanno gli altri. Entriamo per una porta e lì, nudi, pieni di vergogna, con le mani che cercano di coprire i genitali, veniamo investiti da getti d’acqua ghiacciata.
Ancora infreddoliti veniamo spinti a gruppi di
In fila passiamo davanti ad un medico, ci guarda e ci scruta, da lontano, noi dobbiamo solo girarci per farci vedere.
Essere anziani, malati, storpi e bambini è rischioso: a loro servono persone che possano lavorare non gente inutile.
Destra, destra, sinistra, sinistra, destra.
Nessuno sa di preciso chi va a destra e a sinistra ma man mano si intuisce: da una parte gli abili, quelli più forti e dall’altra chi è destinato a lasciare il campo: ma tutti sappiamo che il campo non lo si lascia mai con i propri piedi.
Nome, cognome, età, provenienza: tutto registrato e in cambio mi hanno dato un numero 15745 e perché non lo scordassi me l’hanno tatuato sul braccio.
Importante: imparare come si dice in tedesco perché è necessario scattare subito quando lo si sente pronunciare.
Un numero al posto della mia identità.
Ripeto il numero in mente per non dimenticarlo e dimentico il mio nome, ma qua è più importante il numero. Ma che faccio? E allora ripeto il mio nome e il mio numero, in mente, di continuo.
Geremia… 15745… Geremia… 15745… Geremia… 15745… Geremia… 15745…
Mi consegnano una divisa a righe, delle scarpe di legno, un pezzo di stoffa con su il mio numero e un triangolo.
Sembriamo tutti uguali: ci distinguono solo il numero e il colore del triangolo.
Nero per gli asociali, verdi per i delinquenti, rosso per i politici, viola per i testimoni di geova, rosso scuro quasi marrone per gli zingari, rosa per i finocchi, e se uno oltre ad essere una di queste “cose” era anche ebreo accompagnava a questo triangolo, anche uno di colore giallo messo in modo da formare la stella di David. Per gli ebrei comuni due triangoli gialli a formare la stella di David.
Nevica.
E noi in fila ci dirigiamo verso il nostro blocco senza voler sapere cosa ne sarà di noi.
Incrociamo un'altra fila, che arranca stanca fra la nave, sembrano scheletri che camminano, sono scheletri che camminano, tutti uguali, senza identità, senza dignità.
Ed io ripeto in mente:
15745… 15745… 15745… 15745… 15745… 15745… 15745… 15745… 15745… 15745… 15745…
mi ci mancava questa stamattina!
RispondiEliminache trischtezza...
Con delicatezza, ma inesorabile.
RispondiEliminaChapeau. Punto.
InDeGnO...Ho quasi le lacrime agli okki...
RispondiEliminabello!
RispondiEliminaPS: aspetto sempre con curiosità i tuoi personaggi, persino da un banale impiegato c'è da aspettarsi chissà cosa ;)
Anche se magari non funziona grazie mille per l'augurio di riposo! ;)
Uau, oggi siamo andati sul pesantuccio eh?
RispondiEliminaBè, mi sembra giusto che ci fosse anche questo.
Sai che ora i turisti ci vanno e ci fanno le foto? Perchè in pochi ricordano, capiscono e sentono, anche se non c'erano?
RispondiEliminaCiao. Bella l'idea da cui nasce il tuo blog. Ripasserò a leggerti.
RispondiEliminaCiao
sempre più coinvolgente..
RispondiEliminahai fatto bene a scriverlo.troppa gente tende a dimenticare.
RispondiEliminal'avete visto quel film "train de vie, un treno per vivere"? questo post mi ha fatto pensare alla delicatezza con cui quel film sapeva trattare l'argomento.
RispondiEliminaTendiamo sempre a dimenticare ciò che è doloroso ricordare. Ma chi non ricorda, è destinato a ripetere gli stessi errori dei suoi predecessori.
RispondiEliminaBuona giornata del ricordo...:)
beh, allora aspetterò il racconto sull'impiegato e poi anche quelli sugli altri centomila personaggi...
RispondiEliminaQuanto alle calorie intendevo che forse dovrei segnarmi in palestra... eh eh, ma chi ci crede ;)
risponderei: mal comune mezzo gaudio?
RispondiEliminaIl mio sguardo incrocia il tuo...viva...viva?Posso dirmi ancora viva solo perchè respiro? Perchè i miei scarni piedi si muovono a fatica. Corpi senza più identità ...continuo ossessivamente a ripetere nomi. Nomi di amici, nomi di oggetti perchè continuino ad avere consistenza , perchè non spariscano perchè il mio cervello funzioni e mi rimandi un solo messaggio... "voglio restare viva"...il mio sguardo incrocia il tuo........
RispondiEliminaNon è solo un giorno triste. Questa data è dedicata a chi non ha abbassato la testa, a chi ha resistito, a chi ha combattuto. Ai giusti.
RispondiEliminaFelice giorno della memoria.
tu sei arrivato chissà come al nostro branco dei lupi, e io sono arrivata qui.
RispondiEliminanon mi piacciono tutti i tuoi racconti - ne ho letti solo 5 per ora - però quest'ultimo è molto intenso e struggente.
Euridice
E' vero, ricordi "Train de vie"! ;)
RispondiEliminatardi la sera
RispondiEliminauna nebbia
riempie la valle
senza sapere
soffoca
come una forza scura
sui campi
i nostri cadaveri
e sotto l'erba
una terra bruna
Nocte